"Cerco Qualcosa che per forza ha da esserci o non si spiega questa ansia che mi fa sospirar le stelle". Pirandello
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Nome: Graziella Virzi
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«Non abbiamo bisogno di nient’altro che di uno spirito vigilante.» Questo apoftegma di abba Poemen, un padre del deserto, esprime bene l’essenzialità che la vigilanza riveste nella vita spirituale cristiana. In che consiste? Il Nuovo Testamento, opponendola allo stato di ubriachezza e a,quello della sonnolenza, la definisce come la sobrietà e il «tenere gli occhi ben aperti» di colui che ha un fine preciso da conseguire e da cui potrebbe essere distolto se non fosse, appunto, vigilante. E poiché lo scopo da conseguire per un cristiano è la relazione con Dio attraverso Gesù Cristo, la vigilanza cristiana è totalmente relativa alla persona di Cristo che è venuto e che verrà. Basilio di Cesarea termina le sue Regole morali affermando che lo «specifico» del cristiano consiste proprio nella vigilanza in ordine alla persona di Cristo: «Che cosa è proprio del cristiano? Vigilare ogni giorno e ogni ora ed essere pronto nel compiere perfettamente ciò che è gradito a Dio, sapendo che nell’ora che non pensiamo il Signore viene». La sottolineatura della dimensione temporale presente in questo testo non è casuale. Tipo del vigilante è il profeta, colui che cerca di tradurre lo sguardo e
Gianni Rodari
Per e-sistere bisogna uscire dall’ombra, fare un passo fuori dall’ombra. Senza questo slancio VERSO, non c’è esistenza. Ildegarda di Bingen, nata 900 anni or sono, una delle grandi donne del nostro occidente, parla del fianco che Dio ha lasciato aperto nell’uomo, ferita originale: sofferenza certamente, ma anche apertura rituale e simbolo di libertà. Questa apertura, secondo lei, è il segno dell’amore che Dio nutre per la sua creatura creandola libera. Senza di ciò noi resteremmo attaccati a lui, perfetti. Senza di ciò ci avrebbe perfetti. Saremmo la sua “cosa”. E invece ci ha lasciati imperfetti. Non ha tracciato per noi, come ha fatto per le altre creature, il confine esatto per le nostre migrazioni, non ha disegnato prima le nostre strade, non ha suggellato la catena dei nostri atti. Ci ha lasciato il fianco aperto, libero di fuggire, di tradire, di voltargli le spalle o di andargli incontro … libero di scegliere l’ombra o di andare verso la luce. La dignità concessa all’uomo è la possibilità della SCELTA. E’ in questa dinamica che si iscrivono le iniziazioni, i riti di passaggio dallo stato di natura a quello di coscienza. Sì, ero vivo e ora sono chiamato a diventarlo. La presa di coscienza di ciò che poteva sembrare all’inizio, ma che invece si trattava di conquistare, premia la coscienza. L’uomo deve consentire al suo destino e non subirlo. L’uomo deve levarsi in piedi e dire a voce alta: sì, scelgo di nascere. Fino a quando non abbiamo detto questo sì, non festeggeremo nozze. La mia vita non può essere il prodotto di un rapimento. Bisogna celebrare le nozze tra lei e me.
Esiste una rivoluzione da operare in ciascuno di noi. Non si tratta di un fenomeno di massa che bene o nel male (il più delle volte male!) trasforma la vita di ognuno, ma di una trasformazione della coscienza che, a partire da ciascuno di noi, risplenderà sul mondo che ci circonda. A tale proposito voglio raccontare una storia meravigliosa della tradizione sufica. Un vecchio saggio viene interrogato sull’arco della propria esistenza fino ad oggi. Ed ecco come ne riassume le tre tappe: “A vent’anni conoscevo solo una preghiera: “Dio mio aiutami a cambiare questo mondo così insopportabile, così spietato”. E per vent’anni mi sono battuto come una belva per constatare in fin dei conti che non era cambiato niente. A quarant’anni, conoscevo una sola preghiera: “Dio mio, aiutami a cambiare mia moglie, i miei figli e i miei parenti”! Per vent’anni ho lottato come una belva per constatare in fin dei conti che non era cambiato niente. Ora sono vecchio e conosco una sola preghiera: “Dio mio, aiutami a cambiare me stesso”; ed ecco che il mondo cambia intorno a me!”
Christiane Singer, Del buon uso delle crisi, ed. Servitium, 14-15 e 29-30.
Erri De Luca, Penultime notizie circa Ieshu/Gesù», Coletti 2009
In un librettino di poche pagine (ma di notevole successo) lo scrittore non credente eppure innamorato della Sacra Scrittura, enuncia le «penultime notizie» pervenute sul Messia di Nazaret Una «vita di Cristo» non definitiva perché da 2000 anni siamo ancora ai tempi supplementari.
Nel libro, dai alcune tornite definizioni dell’amore. Scrivi: «Chi dà tutto in amore non si ritrova sul lastrico, ma più fornito di prima». E all’inizio: «L’amore è questa incomprensibile energia per la quale più se ne spende, più se ne riproduce nelle fibre. Al contrario, chi lo risparmia lo spreca, se lo ritrova inutile e marcito». Tu hai fiducia nell’amore? E che idea ti sei fatto, attraverso lo studio della Bibbia, dell’amore divino?
«Personalmente ho fatto un uso improprio del verbo 'amare'. Ma quando ho trovato queste notizie nella scrittura sacra, ho capito che cos’era quel verbo, e come mai con la forza di quel verbo il monoteismo era riuscito a soppiantare le altre religioni precedenti. E a farlo dentro il Mediterraneo, cioè nel mare più politeista e più abbondante di divinità di tutta la storia dell’umanità. Quel mare veniva rigirato da questa notizia monoteista che si fondava sull’amore. Era una forza di impianto, perché si impiantava su un terreno di idoli che mai avevano chiesto niente di simile ai propri praticanti di culto, ma nello stesso tempo possedeva anche una forza di espianto, capace di sbaragliare, di estirpare dal suolo e dal cuore degli uomini gli idoli precedenti. Tutto ciò è avvenuto grazie a quella energia superiore fornita dal verbo 'amare'. Ecco, io le notizie sul verbo 'amare' le ho imparate nella scrittura sacra».
Un verbo indispensabile, che nutre e sostenta la pratica della fede: «Voi credete con la sovrabbondanza dell’amore, non con la carestia della sapienza», viene detto a Ioséf/Giuseppe, dopo che gli è stata annunciata la nascita di un figlio non suo. Credere dovrebbe essere, come per Abramo, «scatto di totale» e fiducioso «affidamento», in cui le inquietudini del dubbio non possono né devono avere alcun diritto di cittadinanza?
«La lingua italiana ha un unico verbo per indicare il credere. Sia se crediamo nella divinità o nella buona sorte o nella estrazione dei numeri del lotto, il verbo che usiamo è sempre uguale. In questo, è più preciso l’inglese, che adopera il verbo think per esprimere un’opinione, per dire 'io credo che', e il verbo trust quando vuole indicare 'io ho fede'. Sulle banconote americane c’è pure scritto 'In God we trust', 'Noi crediamo in un Dio'. Ma messa lì, quella frase occupa davvero un posto improprio. Insomma, noi abbiamo una debolezza di vocabolario: usiamo un solo verbo per le opinioni e per la temperatura della fede. E il credere della scrittura sacra, il credere della fede comporta una elevata temperatura corporea».
In quest’ottica, quindi, l’intelligenza potrebbe essere un ostacolo per vivere con pienezza sia il dono dell’amore sia quello della fede?
«No, non è un ostacolo. Semplicemente non è richiesta. Nella scrittura sacra la divinità chiede di essere amata in tutto il cuore, in tutto il fiato e in tutte le forze. Se voleva metterci anche in tutta l’intelligenza lo poteva fare benissimo, non le mancava l’iniziativa né lo spazio. E invece sono quelle le caratteristiche dell’amore richiesto: il cuore, il fiato, le forze. Per credere non c’è bisogno di essere non dico intelligenti, ma nemmeno istruiti».
Quello di Gesù, pur essendo in sé qualcosa di estremamente nuovo e rivoluzionario, «era un annuncio che riscaldava il cuore senza armarlo d’ira e di rivolta». Tu che vieni anche dai giorni della rabbia e dello scontro, come giudichi il messaggio assolutamente non violento portato in mezzo agli uomini dal Redentore?
«Intanto bisogna immaginarsi il suo tempo, raffigurarselo. Gesù abitava in un paese occupato dalla più forte potenza militare straniera, quella romana. Prima e dopo di lui migliaia di giovani ebrei finivano impalati sulla croce, sullo strumento di tortura e di supplizio inventato ed esportato lì proprio dai Romani. Lui stesso era nato in un momento in cui gli invasori chiedevano un censimento e facevano spostare la popolazione ebraica per poterla meglio contare. E, di conseguenza, meglio spremere. Egli si trova dunque in una situazione di oppressione e di rivolte continue contro l’occupante romano, che, d’altronde, non ha trovato mai così tanta resistenza ostinata come da quelle parti. Questo si spiega col fatto, appunto, che gli abitanti della zona erano titolari del monoteismo, del Dio unico, e si trovavano invece il faccione di Giove Iuppiter piazzato sopra il tempio di Gerusalemme, sopra la casa di quella loro divinità che non voleva nemmeno essere raffigurata. Quindi non solo l’occupazione militare era un’ulcera per l’anima ebraica, ma altrettanto lo era quel politeismo imposto. In questa situazione, nella Pasqua finale della vita di Gesù a Gerusalemme, quando tutto il popolo va lì e converge e manca quasi niente perché scoppi un’insurrezione contro l’occupante romano, lui non dice parole di pace, ma che smontano in un attimo la tensione e l’ostilità. Già prima però, con la frase: 'Date a Cesare quel che è di Cesare', aveva chiarito che il potere politico, il potere degli uomini sugli uomini è qualcosa di effimero, che sta bene sopra una moneta e che non decide né della libertà né della vita di un uomo. Lì Gesù disinnesca una miccia che contava anche su di lui per innescare la rivolta. A Gerusalemme, infatti, viene accolto in maniera trionfale. Entra come un re, in groppa a quella cavalcatura speciale che era l’asina. Senza dubbio c’è grande attesa nei suoi confronti. E lui disarma quell’attesa, la riporta al suo messaggio di salvezza indipendente dalla scelta delle armi».
Ieshu/Gesù «dimostrava senz’armi il sovvertimento delle gerarchie e delle potenze», attraverso la forza dirompente della sua predicazione. La parola, dunque, è capace, da sola, di modificare la realtà?
«La parola pronunciata da quella voce, e cioè dalla voce giusta e nel momento opportuno, certamente è molto più capace delle armi di fare breccia. Non tutte le parole hanno però un simile potere. Noi siamo adesso in un tempo ciarlatano, in cui le parole vengono pronunciate e smentite il giorno dopo. Queste parole qui contano esattamente lo sputo, il fiato che ci vuole a pronunciarle e scadono subito dopo».
Pensi che il messaggio di Gesù Cristo possa ancora farsi largo e attecchire nel cuore degli uomini del ventunesimo secolo?
«Evidentemente sì. Le sue parole non solo muovono, ma addirittura commuovono ancora le generazioni che le ascoltano e che le leggono. Specialmente il messaggio lanciato dalla montagna delle letizie, quello che io dico dei sovvertimenti dei valori e delle gerarchie, in cui lui fa sapere che gli ultimi sono i primi, beh, quel messaggio è fresco di stampa e di speranza in ogni generazione».
Ma il tempo che noi stiamo vivendo, affermi, è un prolungamento di ciò che in realtà si è compiuto con la morte e la risurrezione di Cristo. Che significato assume questa coda temporale, questo strascico di giorni lungo ormai duemila anni?
«Sì, questi tempi supplementari infiniti tra l’annuncio e la sua manifestazione finale durano da duemila anni. È un po’ quello che, in scala più grande, viene comandato a Noè, quando gli viene commissionata un’arca gigantesca, superiore per dimensioni a un campo di calcio, alta tre piani e piantata in mezzo alle montagne e ai boschi. Insomma, un lavoro enorme, portato poi a termine da solo. Un’opera visionaria, molto più della torre di Babele, che voleva costringere l’umanità sua contemporanea a interrogare Noè su quel manufatto. Serviva a far sapere agli uomini del tempo che c’era una possibilità di ravvedersi e di rendere inutile quell’arca. Tutto il lavoro di costruzione dell’arca è dunque un tempo supplementare concesso all’umanità contemporanea di Noè per ravvedersi. Cosa che però non avviene e allora il diluvio ha inizio – così è scritto nel libro Genesi/ Bereshìt. Ecco, questi tempi supplementari del cristianesimo sono i tempi della costruzione dell’arca di Noè».
In uno degli scritti contenuti nel libro dai nuova collocazione al Paradiso: non più sospeso ad altitudini incommensurabili, bensì ubicato in qualche luogo reale, qui, sulla terra, ripristinando quella che dici essere la sua sede originaria, etimologica, e cioè in un giardino di alberi da frutta. Ma oggi potrebbe ancora esistere sul pianeta un luogo degno di ospitare il Paradiso?
«Immaginata come una residenza non definitiva ma provvisoria, ci sono tanti piccoli giardini in cui improvvisamente è possibile realizzare quella concordia e quella unità che c’è nel paradiso. Insomma, è continuamente possibile, su piccola scala e in circostanze minime, in brevi momenti, anticipare quel luogo. Oggi lo possiamo trovare dentro a un ospedale di brava gente nostrana in certi posti dell’Africa, o magari nel comportamento eroico di qualche sacerdote in una parrocchia sgangherata».
Lì c’è un frammento di Paradiso…
«Sì, lì c’è la costituzione di un paradiso in terra».
(...) Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. E’ muto e silenzioso. C’è stato sempre. Per i cattolici, è un simbolo religioso. Per altri, può essere niente, una parte dei muro. E infine per qualcuno, per una minoranza minima, o magari per un solo bambino, può essere qualcosa dì particolare, che suscita pensieri contrastanti. I diritti delle minoranze vanno rispettati. Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è accaduto a milioni di ebrei nei lager? Il crocifisso è il segno del dolore umano. La corona di spine, i chiodi, evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo. Per i cattolici, Gesù Cristo è il figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e dei prossimo. Chi è ateo, cancella l’idea di Dio ma conserva l’idea del prossimo. Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine. E’ vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini. E di esser venduti, traditi e martoriati e ammazzati per la propria fede, nella vita può succedere a tutti. A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola. Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto o accade di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero. Tutti, cattolici e laici portiamo o porteremo il peso, di una sventura, versando sangue e lacrime e cercando di non crollare. Questo dice il crocifisso. Lo dice a tutti, mica solo ai cattolici. (...) Il crocifisso fa parte della storia del mondo. I modi di guardarlo e non guardarlo sono, come abbiamo detto, molti. Oltre ai credenti e non credenti, ai cattolici falsi e veri, esistono anche quelli che credono qualche volta sì e qualche volta no. Essi sanno bene una cosa sola, che il credere, e il non credere vanno e vengono come le onde dei mare. Hanno le idee, in genere, piuttosto confuse e incerte. Soffrono di cose di cui nessuno soffre. Amano magari il crocifisso e non sanno perché. Amano vederlo sulla parete. Certe volte non credono a nulla. E’ tolleranza consentire a ognuno di costruire intorno a un crocifisso i più incerti e contrastanti pensieri. Natalia Ginzburg, «Quella croce rappresenta tutti», pubblicato ne L’Unità del 22 marzo 1988.
La Corte di Strasburgo ha aperto le ostilità contro il crocifisso nelle scuole, con una sentenza che non soltanto è andata oltre le sue competenze (e la sua stessa giurisprudenza), ma ha dato una interpretazione gelida, esclusivista, antiumanistica della libertà religiosa. Perché la libertà religiosa è una libertà aperta a tutti, inclusiva, che dialoga e insegna ai giovani a dialogare con gli altri, a vedere nei simboli religiosi segni di affratellamento tra gli uomini. La Convenzione sui diritti del fanciullo del 1989 prevede che il ragazzo sia educato «nel rispetto dei valori nazionali del Paese nel quale vive e del Paese di cui può essere originario e delle civiltà diverse dalla sua» (articolo 29). Per Strasburgo questa Convenzione non esiste. Esiste l’assenza di valori, esiste un deserto nel quale ciascuno di noi nasce per caso, senza una storia ricca di eventi, eroismi, valori e simboli religiosi ed etici, tra i quali il crocifisso è il più noto in tutto il mondo. L’aspetto più doloroso della pronuncia è quando essa parla del crocifisso come di un simbolo di parte, che divide e limita la libertà di educazione, ignorando che il crocifisso è, dovunque, simbolo di pace e di amore tra gli uomini, è all’origine di una spiritualizzazione che ha animato e permeato la cultura occidentale per espandersi con linguaggio universale in tutto il pianeta. Il crocifisso ricorda chi è andato incontro alla morte senza colpa per aver trasmesso un messaggio di spiritualità e di fratellanza, chi ha predicato l’amore per il prossimo come comandamento eguale all’amore verso Dio, chi ha annunciato nel discorso della Montagna il riscatto per gli ultimi e per chi soffre dell’ingiustizia, ha promesso il regno di Dio a chi opera bene nella vita terrena andando incontro agli altri, a chi è malato, a chi non ha nulla e ha bisogno di tutto. Questo è Gesù di Nazaret raffigurato nel simbolo della Croce. Per questi insegnamenti – e per aver alimentato la fede e la spiritualità di generazioni di uomini nel corso dei secoli – è conosciuto, amato, rispettato e venerato in tutti gli angoli della terra. Aprire le ostilità verso il crocifisso vuol dire opporsi a quanto di più alto e spirituale sia entrato nella storia dell’umanità, vuol dire fare la guerra a se stessi e alla propria coscienza. Per sette giudici di Strasburgo il crocifisso non sarebbe un simbolo neutrale, ma dietro questa asserita neutralità si nasconderebbe un provincialismo arido, un vuoto antropologico, perfino un filo di ignavia. Scriveva Jhoann Ficthe che «il cuore del cosmopolita non è ospizio per nessuno», intendendo dire che gli uomini hanno radici e identità, senza le quali non possono parlare con altri, non possono accogliere con amore altre persone. Un Paese che voglia essere soltanto neutrale sarebbe un guscio vuoto, una parentesi fredda nel fluire della storia. Anche un’Europa che giunga al punto di negare, nascondere, o abbattere, la propria tradizione e identità cristiana diventerebbe una terra di nessuno, derisa dagli altri, incapace di trasmettere i suoi valori più profondi, di confrontarsi con altri popoli e continenti proprio in un’epoca di globalizzazione che chiede incontro e dialogo. Quale europeo avrebbe il coraggio di chiedere all’Asia buddista di togliere dagli spazi pubblici i simboli di Buddha il compassionevole, o all’Asia induista le ricche raffigurazioni di quella religione, o ai musulmani di nascondere il Corano, tacere il nome di Allah in pubblico e celare la propria fede nelle scuole? Nessuno avrebbe il coraggio di farlo, perché proverebbe istintivamente vergogna interiore nel proporre agli altri di spogliarsi della propria storia e tradizione religiosa. Chi predicasse questa neutralità sarebbe respinto come un estraneo, riguardato come un essere senza cuore e passione. Il crocifisso non divide gli uomini, li unisce in un orizzonte di valori che sono a servizio dell’umanità intera, alla base del dialogo interreligioso per il bene degli uomini e della società. Con questa sentenza, una certa Europa perde di nuovo l’innocenza, come altre volte è avvenuto in passato, perché tradisce sé e le proprie origini, apre una ferita nella propria anima, e offende con il crocifisso tutti i simboli e ogni coscienza religiosa. Se applicassimo la pronuncia di Strasburgo al mondo intero, questo – come ha notato ieri il presidente della Cei, cardinal Bagnasco – diverrebbe più povero. E si allontanerebbe un po’ dal cielo. Ma la stragrande maggioranza degli uomini non vorrebbe una deriva così triste e continuerebbe a venerare ed esibire con orgoglio i simboli della propria fede. (Carlo Cardia, Avvenire 5 nov. '09)"La divina tenerezza è pace, pace misericordiosa, acquietamento. È una mano dolce e materna che conosce, conforta, ripara senza trauma, rimette nel posto giusto. E' uno sguardo simile a quello di una madre sul figlio che nasce. È orecchio attento e discreto che nulla spaventa, che non giudica, che sceglie sempre il buon sentiero umano dove si potrà vivere perfino l'invivibile. Essa è salda come la buona terra, su cui tutto riposa. Ci si può appoggiare su di essa, pesarci sopra senza timore. È dunque luogo sicuro, dove io smetto di fare paura a me stesso. Per questo è cosa sciocca ritenerla debolezza. Essa è la forza, quella vera, che fa venire al mondo e crescere.L'altra forza, quella che distrugge e uccide, non è che orgia della debolezza. La divina tenerezza tutto salva, vuol salvare tutto. E non dispera di nessuno, crede che vi sia sempre una strada. Senza sosta, continuo infaticabile a partorire, curare, nutrire, rallegrare e confortare". da Maurice Bellet, "Il corpo alla prova".
ovvero
“chi fa tutto per puro amore di Dio dev’essere sulla strada della perfezione”
“Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”
Rom 12, 2
Bando ad ogni incurvamento che non ha niente di spirituale, la santità mi piace pensarla come lo slancio vitale di Bergson, quella tensione che spinge in avanti la materia verso realizzazioni più complesse. Uno slancio che si espande a raggiera sviluppandosi in una miriade di direzioni, anche se non in tute con la medesima forza e con la medesima abilità creatrice.
Santità è progettare (pro-gettare) gettare fuori la vita a favore di…
Santità (non perfezione, anche se è la parola usata dal Gianelli, ma erano altri tempi!) dice un dinamismo, una trasformazione, un’accelerazione dei battiti del cuore per discernere, essere bene e andare dove altre non possono andare.
Dinamismo che trova la sua origine nel cuore della Trinità: è proprio da una processione ad extra che ha origine la creazione; l’Amore incontenibile crea bellezza.
Rileggo all’interno di questo dinamismo divino e partecipato l’invito di Paolo ai Romani. E vorrei esprimere questa trasformazione, che è capovolgimento radicale con questa storiella:
Una sera una tartaruga decise di fare una piccola escursione addentrandosi nel buio della notte. Il rospo, che la vide, le disse: <Che imprudenza uscire a quest’ora>. Non aveva torto. Infatti, la tartaruga, per aver fatto un passo più lungo dell’altro, si ritrovò rovesciata. <Te l’avevo detto che era un’imprudenza, ora rischi di morire!> e la tartaruga, con gli occhi pieni di una luce segreta, rispose: < Lo so, lo so bene. Ma per la prima volta in vita mia, vedo le stelle> - (don L. Pozzoli).
Questo è il cammino di santità: correre rischi per vedere le stelle!
Essere abitati dal desiderio (de-sidera dal latino fissare attentamente le stelle) perché la nostra vita non sia un dis-astro! E allora andiamo a scuola dai Magi, esperti di stelle, capaci non conformarsi alla mentalità di Erode e pronti a riconoscere, prostrarsi, farsi dono.